La paura dei cambiamenti ed il mito della ricerca della vita eterna

dott.ssa Angela Guadagno

In questo articolo voglio narrarvi brevemente la storia della più antica opera di narrativa pervenuta fino ai giorni nostri, l’Epopea di Gilgamesh.

La storia di Gilgamesh è uno spunto di riflessione, estremamente attuale, sulla paura umana del cambiamento e dell’errore, e la sua illogicità.

Gilgamesh è il rè di Uruk, città della Mesopotamia (la mezza luna fertile dei libri di storia). Gilgamesh è un rè potente, temuto ed adorato allo stesso tempo dal suo popolo. 
 Un giorno il popolo di Uruk, stanco dei soprusi del rè, invoca la Dea della saggezza Aruru chiedendole di creare un avversario degno del rè, che possa sconfiggerlo e liberarli dal suo giogo infernale.

Aruru crea Enkidu, che rappresenta la natura animale e mortale dell’uomo.

Enkidu è l’alter ego di Gilgamesh, la metà di sé che non vuole riconoscere e non vuole accettare, cercando di innalzarsi al di sopra della natura e diventando presuntuoso come un Dio.

Ognuno di noi ha il suo Enkidu, una parte di sé che non vede e non accetta e che lo tormenta.

Gilgamesh ed Enkidu lottano tra loro, fino a rendersi conto che stanno combattendo con l'altra metà di se stessi e che sono indissolubilmente legati e che la loro lotta non ha senso di esistere.

Insime Enkidu e Gilgamesh, decidono di affrontare il terribile Huwawa, guardiano maligno della foresta. Riescono a sconfiggerlo con l’aiuto del Dio del sole, Shamash.

Gilgamesh è un eroe sempre più bello e possente, a tal punto che la dea della femminilità Ishtar, lo invita ad essere il suo consorte. Gilgamesh rifiuta e fa adirare la dea, che invia il toro celeste ad uccidere Gilgamesh. Costui sempre con l’aiuto di Enkidu, uccide trionfante il toro celeste.

Allora Enkidu sogna che per la loro superbia saranno puniti dal consiglio degli dei ed uno di loro due morirà.

Enkidu si ammala e muore e Gilgamesh lo piange come se avesse perso una parte di sé stesso. Si affaccia, come per la prima volta, alla riflessione che anche lui morirà un giorno. Allora, parte alla ricerca del dio Utnapishtim per ottenere il segreto della vita eterna. Utnapishtim fa notare a Gilgamesh che la sua richiesta è impossibile perché ogni cosa è mutevole ed ogni cosa ha una fine.

“Costruiamo una casa che duri per sempre?

L’odio rimane per sempre sulla terra?

Il fiume evoca e porta il diluvio per sempre?

…Sin dai giorni antichi non esiste la permanenza”

Gilgamesh è affranto, allora Utnapishtim avendo pietà di lui, gli confessa che un’alga presente sul fondo del mare può renderlo immortale. Gilgamesh si tuffa e sta per prendere l’alga, quando un serpente la mangia.

Dopo quest’ultimo tentativo, Gilgamesh si dispera e capisce che non può fare più nulla per raggiungere l’agognata immortalità. Decide allora di non ricercare più la gloria e la perferzione, farà solo quello che potrà.

“L’unica sicurezza che abbiamo è il nostro continuo cambiamento”: non è un’affermazione provocatoria, ma una di quelle consapevolezze che terrorizzano molti esseri umani.

Eppure basterebbe osservare al microscopio ogni piccola parte del nostro corpo per renderci conto dell’impossibilità dell’immutabilità.

Le nostre cellule si dividono e si moltiplicano continuamente, anche se ad occhio nudo non riusciamo a scorgere questo perenne mutamento.

L’illusione è un dolce anestetico, che ci protegge dalla disperazione e dalla possibilità di un’accettazione della nostra immortalità.

Eppure molti di noi passano una vita intera non accettando quel che sono, lottando invano contro il proprio Enkidu.

Molti di noi non vivono per paura di cadere in errore, anelando alla perfezione; ma colui che vuole esser perfetto, vuole anche essere immortale.

 

"Quante volte è stata la paura del cambiamento che ci ha reso infelici anzichè il cambiamento stesso?"

"Quante volte è il nostro bisogno di controllo degli altri e del mondo che ci imprigiona, e ci impedisce di aprirci alla vita?"

"Quante volte abbiamo rimandato una decisione pensando che la vita fosse eterna?"

 

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