Autismo: la psicoterapia familiare un valido aiuto per genitori e figli

dott.ssa Angela Guadagno

Cos’è l’autismo?

Se ne sente tanto parlare quasi come fosse diventato un’epidemia tra i bambini di oggi, eppure gli scienziati non sono ancora arrivati a stilare una definizione univoca e comune.

Questo perché l’autismo non è una malattia, ma una sindrome o meglio un insieme di sindromi che riguardano lo sviluppo neuropsicologico.

Queste sono accomunate da due caratteristiche principali:

  • Difficoltà nelle interazioni sociali e nella comunicazione (dovute ad una compromissione della teoria della mente (capacità ad immedesimarsi nell’altro e ad empatizzare), e/o ai problemi del linguaggio verbale e non verbale
  • La manifestazione di comportamenti insoliti, strani e rigidi e ripetitivi.

 

I genitori si rendono conto delle problematiche sociali, in genere, verso i tre anni del bambino.

Quello che in genere notano maggiormente è che: il loro bambino non li chiama per nome, non mostra o indica loro oggetti di suo interesse, non cerca gli altri quando è felice.

È importante ricordare che l’autismo è una condizione eterogenea, ovvero non esistono due bambini o due adulti autistici che mostrano lo stesso profilo psicologico.

Oggi, ad esempio, si sente parlare spesso di una forma di autismo con alto funzionamento, ovvero senza compromissione del linguaggio e senza ritardo mentale, che prende il nome di sindrome di Asperger.

 

Come la terapia familiare aiuta a costruire una comunicazione più funzionale tra bambino con autismo e i suoi genitori

I genitori di un bambino autistico non si trovano ad affrontare un compito semplice, ma molto frustrante. Le difficoltà principali in genere riguardano la sfera della comunicazione con il figlio, il fargli capire delle regole o fargli avere determinati comportamenti.

Il primo intervento della terapia familiare mira proprio a ristabilire relazioni più funzionali all’interno di queste famiglie, in cui il bambino si senta più al sicuro e più a suo agio.

Dopo una prima seduta di raccolta dei dati anamnestici, si può utilizzare un test o una situazione gioco, che mostri le iterazioni correnti all’interno della famiglia.

Questo test è il GM (test delle relazioni familiari di Gandolfi e Martinelli, 2008).

Si chiede ai genitori ed al bambino di costruire una scenetta o una storia con i giochi messi a disposizione nella stanza. Il gioco viene videoregistrato e il terapeuta esce dalla stanza. Viene raccomandato di giocare senza obbligare il bambino a fare nulla.

Nella seduta successiva si mostra il video girato ai genitori e si discute con loro circa le interazioni che si sono verificate. Lo psicologo cerca di chiedere ai genitori che cosa hanno visto nei comportamenti “anomali” del figlio e successivamente suggerisce loro quello che a lui è sembrato di vedere. In questo modo attribuisce un significato anche ai comportamenti che sembrano più enigmatici e che mettono rabbia e frustrazione ai genitori.

Questo serve a trasmettere ai genitori l’idea che il loro bambino vuole e comunica sempre qualcosa di lui anche quando è in silenzio. “Non si può non comunicare, è solo che lo facciamo tutti in modo differente”.

“L’attribuzione di significati” è uno strumento fondamentale che lo psicologo insegna ai genitori e risulta un primo passo efficace per dare senso ed ordine all’esperienza esistenziale critica che stanno vivendo.

 

Bibliografia

Lord, C., Cook, E. H., Leventhal, B. L., & Amaral, D. G. (2000). Autism spectrum disorders. Neuron, 28(2), 355-363.

Andolfi, M. (2010) Il bambino nella terapia familiare. Franco Angeli.

 

 

 

 

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